Pro Loco Signa A.P.S.
GIACOMO PUCCINI, GIANNI SCHICCHI E SIGNA

GIACOMO PUCCINI, GIANNI SCHICCHI E SIGNA

BETTO: Lo dicono a Signa. Che dicono a Signa?

Sono fra le prime parole dell’Opera Lirica “GIANNI SCHICCHI” musicata da Giacomo Puccini sul Libretto scritto da Gioacchino Forzano e facente parte del Trittico di cui facevano parte anche il “IL TABARRO” e “SUOR ANGELICA”

INTRODUZIONE

Per la stesura del libretto della terza parte del Trittico dapprima Puccini si rivolse allo scrittore francese Tristan Bernard, autore di numerosi lavori teatrali di successo e noto in Francia anche come romanziere, il quale gli suggerì come soggetto una sua favola. Tuttavia tale progetto andò in fumo, quando Giovacchino Forzano attirò l’attenzione del compositore sulla Divina Commedia e sulla bizzarra figura di Gianni Schicchi. Secondo alcuni, invece, il merito della fortunata scelta spetta a Puccini, che leggeva spesso Dante e aveva sempre con sé un’edizione tascabile del capolavoro. Il Maestro era contento di musicare un argomento vivace e divertente e per comunicare il suo stato d’animo indirizzò a Forzano una strofetta comica: «Dopo il Tabarro di tinta nera / sento la voglia di buffeggiare. / Lei non si picchi / se faccio prima quel Gianni Schicchi ». Infatti la composizione dell’opera, avvenuta quasi tutta a Viareggio, iniziò nel luglio 1917 e si concluse il 20 aprile 1918, tranne la breve interruzione in settembre per la messa a punto di Suor Angelica . Quando i tre atti unici furono rappresentati al Metropolitan di New York, il 14 dicembre 1918, il successo pieno l’ebbe Gianni Schicchi, assai più applaudito di Tabarro e dell’ ‘anemica’ Suor Angelica : la qual cosa amareggiò profondamente il maestro, il quale amava la sua opera ‘claustrale’ e contava molto sulla ‘novità’ del Tabarro . L’11 gennaio seguente il Trittico venne dato al Teatro Costanzi di Roma, diretto da Gino Marinuzzi.

Trattare un tema furfantesco, una situazione da commedia dell’arte, ma di taglio moderno, era senza dubbio una prova singolare e fuori del comune per un temperamento non incline all’umorismo, nonostante la brillantezza di molte pagine di Bohème e della Rondine . Pertanto la comicità dispiegata nello Schicchi sorprende più di quella del Falstaff , poiché Verdi aveva già dimostrato di possedere una genuina tendenza a trattare l’elemento comico ( Forza del destino , Un ballo in maschera ). I principali punti di contatto fra queste due opere derivano dalla comune origine del genere buffo operistico italiano: la voce baritonale per il protagonista, la relazione sentimentale tra soprano e tenore ostacolata dalle famiglie, fino alla beffa che dà origine allo scioglimento. Tuttavia, mentre Verdi riflette anche nella leggerezza profondi principi morali, Puccini pone l’accento sulla dissennata avidità priva di scrupoli dei parenti di Buoso, valendosi anche di elementi grotteschi e talora macabri, come la presenza costante del cadavere – prima messo in bellavista e poi deposto nella stanza attigua – o l’assoluta spudoratezza di Gianni che, per attuare la sua beffa, si adagia nello stesso letto del defunto senza neppure il cambio delle lenzuola, né esita a ricattare i parenti di costui con il taglio della mano, pena decretata per i falsari.

LA STORIA TRATTA DAL XXX CANTO DELL’INFERNO DI DANTE ALIGHIERI

La fonte primaria del soggetto dell’opera è dunque in un breve episodio contenuto nel trentesimo canto dell’Inferno, dove il protagonista viene condannato in quanto «falsatore di persone». A sua volta anche Dante si era ispirato a un fatto realmente accaduto: lo Schicchi, appartenente alla famiglia Cavalcanti, sostituendosi al cadavere di Buoso Donati, dettò un falso testamento in favore del figlio di costui, Simone, diseredato dal padre, lasciando per sé una cavalla di pregio. Tuttavia Forzano poté sicuramente disporre per la composizione del suo libretto anche di un testo ben più esteso e articolato rispetto ai pochi versi danteschi: il Commento alla Divina Commedia d’Anonimo fiorentino del secolo XIV , stampato a cura di Pietro Fanfani nel 1866, che riporta molti particolari (la beneficenza di Buoso per guadagnarsi un posto in paradiso, l’occultamento del cadavere, il timore di essere scoperto che frena la ribellione di Simone, ‘la cappellina’, ‘l’opera di Santa Reparata’, ‘la migliore mula di Toscana’, ecc.) ampiamente ed efficacemente sfruttati dal nostro librettista. Inoltre il tema dell’avidità degli eredi, ricorrente in molte farse e commedie di ogni tempo e luogo, richiama alla memoria il Volpone (1605) di Ben Jonson, drammaturgo del teatro elisabettiano, con il quale la trama del Gianni Schicchi presenta evidenti analogie.

Anche in questa opera, come nelle precedenti del Trittico , Puccini caratterizza con grande precisione l’atmosfera e l’ambiente, ritraendo un’immagine splendida della Firenze medioevale. La città rivive grazie a precisi riferimenti storici (Giotto, i Medici, i ghibellini) e topografici – individuando l’esatto contesto geografico in relazione al Valdarno, dove sono i possedimenti ambiti dai Donati, oppure citando il fiume che l’attraversa – e linguistici, con espressioni peculiari, veri e propri toscanismi, che stimolarono non poco la creatività del lucchese Puccini, specie negli ensembles concertati. Nella prima parte i Donati sono al centro dell’azione, e sia il libretto sia la partitura li identificano con grande precisione, definendo l’età di ciascuno e i rapporti di parentela, importanti quando si deve stabilire a chi spettino i diritti di un’eredità. Avidi e cinici, sono disposti a tutto pur di raggiungere il loro scopo, esprimono un cordoglio manierato e falso, sono nobili decaduti, opportunisti, pronti a dare solo se ricevono: Simone accende le candele non appena il suo nome compare nel testamento, ma le spegne prontamente quando si rende conto che non riceverà nulla. Anche per l’ultima parte del Trittico , Puccini osservò le due unità di luogo e di tempo: l’azione si svolge nella camera da letto di Buoso Donati, inizia alle nove del mattino e termina circa a mezzogiorno.

Nella sua casa di Firenze (anno 1299) è spirato Buoso Donati e i parenti lo vegliano in preghiera. Ma poiché corre voce che Buoso abbia lasciato i suoi beni ai frati, la veglia viene interrotta per aprire il testamento, che conferma la fondatezza delle dicerie. Rinuccio, fidanzato di Lauretta, figlia di Gianni Schicchi, propone alla famiglia di ricorrere ai consigli del futuro suocero, che ritiene uomo astuto e accorto (recitativo-arioso di Rinuccio “Avete torto! È fine! … astuto…”). Zita, detta la Vecchia, protesta all’arrivo di Schicchi, a causa delle sue origini plebee e costui, offeso, se ne andrebbe, senza le implorazioni di Lauretta (“O mio babbino caro”). Subito Gianni elabora un piano che diventa a tutti chiaro quando, contraffacendo la voce di Buoso, risponde al dottor Spinelloccio, venuto a informarsi della salute del paziente. Pertanto manda a chiamare il notaio (arietta di Gianni “Si corre dal notaio”) e, messosi a letto travestito da Buoso, detta il nuovo testamento, destinando i beni più ambiti per sé: la casa di Firenze, la mula, i mulini di Signa. Né i parenti possono protestare senza svelare la truffa e quindi incorrere nella giusta punizione (stornello di Gianni “Addio, Firenze, addio, cielo divino”). Dopo aver scacciato tutti dalla casa che è ormai divenuta sua proprietà, mentre Rinuccio e Lauretta amoreggiano sul balcone (“Lauretta mia, staremo sempre qui”), egli si rivolge al pubblico, spiegando di aver tanto osato per il bene dei due fidanzati e reclama l’attenuante.

Puccini, nella lettera indirizzata ad Eisner il 14 dicembre 1913, disse di voler comporre un’opera più divertente e organica del Rosenkavalier di Richard Strauss, realizzando una notevole concentrazione del materiale musicale grazie alla continua presenza in scena dei parenti di Buoso, nove solisti nei diversi registri vocali, trattati dal compositore come un coro da camera. La scrittura tematica, atta a veicolare i significati semantici con chiarezza, e il ritmo sono gli elementi unificatori della partitura. «Le linee melodiche, quasi sempre di struttura metrica binaria, si accompagnano a ostinati ribattuti spesso inaspriti da episodi politonali e dallo scontro di taglienti dissonanze di sapore bartokiano» (Michele dall’Ongaro). Le possibilità timbriche delle voci e dell’orchestra sono ampiamente sfruttate per esprimere le più svariate sfumature, dal tratto ironico all’esasperazione grottesca: sono soprattutto i legni, specialmente gli strumenti ad ancia, a mettere in rilievo i numerosi scorci caricaturali dell’opera.

LA MUSICA

Già nel piccolo preludio possiamo ascoltare due temi che saranno fortemente presenti anche in seguito. Il primo, denominato ‘del lutto’, è costituito da un movimento ostinato di crome al quale subito dopo si sovrappone il secondo, dal carattere svettante, ritmicamente puntato, rivolto nella prima parte essenzialmente a mettere in ridicolo l’interesse dei Donati per l’eredità. Entrambi i temi sono estremamente duttili, e assumono aspetti diversi in base ai cambiamenti metrici e agogici. Il tema ostinato passa dal veloce Allegro del preludio al tempo di Largo su cui si alza il sipario, caratterizzando il lamento ipocrita dei parenti di fronte al corpo esanime del loro congiunto. Un Allegro vivo sottolinea ed accompagna l’affannosa ricerca del testamento in ogni angolo della stanza. Poi ritorna nell’assolo di Gianni “Si corre dal notaio”, quando viene descritta la scena che si presenterà agli occhi del notaio, condensandosi nei due melismi delle parole «semioscura» e «letto»; sempre su questo melisma si modella l’importante melodia dell’avvertimento sulla pena riservata ai falsari, “Addio, Firenze”. Il secondo motivo, come detto, utilizzato per ridicolizzare l’interesse all’eredità, passa in seguito a indicare Gianni Schicchi, nominato per la prima volta da Rinuccio. Quindi punteggia tutta la prima parte dell’assolo del tenore “Avete torto”, e torna nel momento in cui il protagonista bussa alla porta, sovrapponendosi alla melodia dei bassi; infine viene intonato dalle tre donne di famiglia dopo la scena della vestizione (Nella, la Ciesca, Zita “Spogliati bambolino”).

Quando Rinuccio nel suo recitativo arioso “Avete torto”, tesse le lodi del personaggio principale, compare, alternato al tema del nome, un altro motivo importante a lui strettamente legato, quello ‘della beffa’: alle parole «Motteggiatore! beffeggiatore!», la voce è accompagnata da una piccola fanfara di triadi ribattute. Questa cellula sarà ripresa più volte nell’opera per ricordare la vera natura dello Schicchi in relazione alla falsa identità di Buoso. Un altro tema ricorrente, costituito ancora da un frammento di ostinato inserito entro una cadenza, è quello definibile ‘del testamento’, in quanto si presenta per la prima volta mentre i Donati aprono il suddetto documento, viene ripreso là dove Spinelloccio vanta a sproposito i meriti della scuola bolognese, poi nell’assolo di Schicchi riferito al notaio e infine, molto chiaramente, quando quest’ultimo farà il suo ingresso in scena. Medicina e legge vengono ambedue ridicolizzate dai tratti scolastici di questa cadenza perfetta. Anche l’amore tra Rinuccio e Lauretta ha un motivo specifico più volte ripreso: una melodia piena di slancio, citata inizialmente dall’orchestra dopo che il ragazzo è riuscito a trovare la pergamena del testamento e, forte della sua scoperta, approfitta per chiedere subito la mano dell’amata fanciulla. Uno dei punti più interessanti del Gianni Schicchi è il concertato (Simone “Dunque era vero”) che segue l’apertura del testamento: una pagina dove si scatena la rabbia di tutti che protestano contro le ultime volontà dello scomparso e dove la musica, utilizzando una variante del tema ‘del lutto’, diventa più netta e squadrata, lasciando spazio ad aggressivi ostinati, tinti da acidissime dissonanze, alla maniera di un Bartók o di uno Stravinskij. Rinuccio, dopo aver replicato alla protesta dei parenti contrari all’unione fra un Donati e «la figlia di un villano! / D’uno sceso a Firenze dal contado!», canta, «ad uso di stornello toscano», come indica la partitura, la prima vera e propria romanza dell’opera: “Firenze è come un’albero fiorito”. Fra la prima e la seconda strofa è inserita la melodia della successiva aria di Lauretta “Oh mio babbino caro”, poi viene descritto lo scorrere dell’Arno con figure ostinate di semicrome e infine nell’ultima parte, condotta a mo’ di marcia, sono citati due grandi toscani venuti dalla provincia, Arnolfo di Cambio e Giotto.

Puccini, per la celebre aria di Lauretta “Oh mio babbino caro”, brano di intensa effusione lirico-sentimentale, con cui la ragazza supplica il padre di aiutarla a coronare il suo sogno d’amore, riprende la melodia per la prima volta esposta nello stornello di Rinuccio, probabilmente per associare alla ‘gente nuova’, esaltata dal fidanzato, il senso dell’affetto familiare di cui i Donati sono totalmente sprovvisti. Il personaggio che più di ogni altro affascina e convoglia l’ammirazione e le simpatie del pubblico, perfettamente descritto sia dal punto di vista narrativo che musicale, è sicuramente Gianni Schicchi: uomo scaltro e astuto, dalla forte personalità, vero rappresentante di una classe borghese solida anche al tempo in cui la vicenda è ambientata. Fin dal suo ingresso in scena si dimostra impavido, senza scrupoli e, completamente padrone della situazione, aggredisce con vigore la Zita che lo scaccia, apostrofandola «Vecchia taccagna! Stillina! Sordida! Spilorcia! Gretta!»; dopodiché attacca un travolgente quartetto in cui la sua voce si contrappone a quella della vecchia e all’ansia dei due amanti, che parlano della collina di Fiesole dove si sono giurati eterno amore. Dopo l’assolo “Si corre dal notaio” il protagonista canta una canzone dall’andamento grottesco “In testa la cappellina!”, in cui l’orchestra accompagna la voce in una melodia cromatica, quasi da cabaret , con accordi pizzicati dagli archi. Lo stesso cromatismo lo troviamo nel brevissimo concertato seguente, caratterizzato da un fitto intreccio polifonico. L’“Addio, Firenze”, stornello prima intonato da Gianni e poi dagli altri, dalla modalità ‘medievaleggiante’, in cui la nota dominante esercita una forza d’attrazione tale da convergere tutte le ondulate figure di cui è composto il tema, funge da necessaria premessa al gran finale e rappresenta il macabro avvertimento ai parenti prima che arrivi il notaio. Lo Schicchi detta il testamento e lascia per sé i beni più preziosi del defunto Buoso, unica possibilità che permetta l’unione di Rinuccio con Lauretta, ostacolata dalla classe nobile, corrotta e decaduta.

Per frenare le proteste dei Donati, il baritono alterna la dettatura al canto minaccioso di “Addio Firenze”, intessuto d’armonie sempre più dissonanti. Infine l’amore tra i due giovani, espresso nel duetto conclusivo “Lauretta mia, staremo sempre qui!”, basato sul tema simbolo del loro sentimento, si contrappone alla confusione della scena precedente, in cui i furiosi parenti saccheggiano la casa cacciati dal nuovo proprietario e riscatta tutte le debolezze umane, compresa quella di Gianni che torna in scena carico degli oggetti strappati ai Donati. Come in ogni opera buffa che si rispetti, lo Schicchi avanza verso il proscenio e, accennando agli innamorati con la berretta in mano, declama la sua licenza sugli accordi tenuti dell’orchestra.

PERSONAGGI

GIANNI SCHICCHI
LAURETTA, sua figlia
BUOSO DONATI
ZITA, detta La Vecchia, cugina di Buoso
RINUCCIO, nipote di ZITA
GHERARDO, nipote di Buoso
NELLA, sua moglie
GHERARDINO, suo figlio
BETTO di Signa, cognato di Buoso, povero e malvestito
SIMONE, cugino di Buoso
MARCO, suo figlio
La CIESCA, moglie di MARCO
Master SPINELLOCCIO, fisico
Amantio di Nicolao, Notaio di Signa
PINELLINO, calzolaio di Signa
GICIO, tintore di Signa

CONSIDERAZIONI

La parola Signa, intesa come cittadina, viene ripetuta 47 volte sia nel famoso detto “Lo dicono a Signa. Che dicono a Signa?”, sia relativamente ai mulini di Signa di cui i Donati erano proprietari unitamente a terre e case nei pressi dell’attuale Comune di Lastra a Signa sulla riva sinistra dell’Arno seguendo la corrente (ricordiamo che l’attuale territorio di Lastra a Signa nel 1299 periodo in cui si sono svolti i fatti, era territorio del Comune di Signa).

Altre cittadine vengono rammentate,relativamente alle proprietà dei Donati, le cittadine di Prato, Empoli, Fucecchio, Quintole e Figline; esse vengono dette solo una volta.

Il fatto raccontato è vero, almeno secondo gli storici dell’epoca, ed è stato esaltato da Dante quando mette Gianni Schicchi nel XXX Canto dell’Inferno, fra i falsificatori di persona; ecco i versi:

30L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
33E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando”.
36“Oh!”, diss’io lui, “se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi”.
39Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
42Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,
45per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma”.

I Frati che avrebbero beneficiato dell’eredità, come indicato dal Commento alla Divina Commedia d’Anonimo fiorentino del secolo XIV , stampato a cura di Pietro Fanfani nel 1866, erano di Signa.

Il librettista Gioacchino Forzano ha scritto il testo individuando la Firenze rinascimentale, cioè la scenografia migliore e inserendo nella storia altri personaggi per riempire la scena che, si ricorda, si svolge nel 1299 in una due camere da letto ove in una c’è il morto e nell’altra il Gianni Schicchi imitatore di persone.

CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI

Noi consideriamo la realtà dei fatti leggermente diversa sulla località dove essi si svolsero; essi si svolsero sul territorio di Signa per i seguenti motivi:

1.Le principali proprietà dei Donati, intese come quelle che gli fruttavano più soldi, erano i Mulini di Signa che, come detto precedentemente, erano ubicati dopo la Badia di Settimo nel territorio di Signa. Le altre proprietà, oltre alla villa, erano le terre prospicienti.

2. Lo dicono a Signa. Che dicono a Signa?, più volte ripetuto all’inizio dell’opera trova giustificazione per la vicinanza della villa di Buoso Donati il Vecchio. Se si vuole che la località fosse la casa di Firenze, perchè non si dice allora Lo dicono a Prato o Figline o Quintole o Empoli o Fucecchio, cittadine tutte più o meno alla stessa distanza da Firenze?

3. I Frati a cui avrebbe lasciato l’eredità sono quelli di Badia a Settimo che, in qualità di confinanti di terreni, hanno sicuramente avuto con Buoso Donati il Vecchio un grande rapporto, oltre che di lavoro, anche di amicizia e riconoscenza.

4. Come avrebbe potuto il Notaio ed i Testimoni essere presenti alla scena, se la realtà fosse stata Fiirenze distante 1 Km da Signa?

5. Ricordiamo che Dante ha sposato Gemma Donati e quindi particolarmente informato dei fatti realmente accaduti.