Pro Loco Signa A.P.S.
BEATA GIOVANNA DA SIGNA

BEATA GIOVANNA DA SIGNA

Beata Giovanna da Signa

Ciascuna città o paese ha i suoi eroi, personaggi illustri e santi, ma la devozione e il ricordo che Signa ha avuto ed ha tuttora per la sua più famosa concittadina difficilmente trova riscontro in altri luoghi.

Una semplice pastorella di nome Giovanna, con la sua esemplare vita, ha fatto sì che per secoli rimanesse viva una vera e propria venerazione in tutti i signesi, i quali la chiamarono per eccellenza Beata.

Abbiamo poche notizie sulla vita di Giovanna e quelle che esistono molto spesso sono discordanti e contraddittorie; questo è dovuto alla mancanza di documenti, che testimonino sugli avvenimenti principali dell’esistenza della pastorella.

La storia di Signa racconta che questo paese, nel periodo in cui Giovanna visse ed anche dopo la sua morte, fu colpita da terribili epidemie di peste.

In quei casi si era soliti bruciare tutte le masserizie delle case in cui era penetrato il contagio, per timore di una nuova infezione; per cui, se esisteva qualche scritto su di Lei, questo, molto probabilmente, può essere rimasto fra le fiamme. Inoltre, nel contado fiorentino, sempre in quel tempo, avvennero molte guerre e saccheggi.

Si ricorda, infatti, l’incendio che Signa subì nel 1326 per opera di Castracani e quello del quale fu preda nel 1573 la sacrestia della Pieve di San Giovanni, che bruciò quanto vi si conteneva di registri e libri. Il documento più antico e sicuro, al quale hanno fatto riferimento tutti gli autori delle numerose vite su Giovanna, è un manoscritto in cartapecora, composto in latino volgare verso la fine del XIV secolo, ottant’ anni circa dopo la sua morte. Tale manoscritto è conservato ancora oggi presso l’archivio della Pieve di Signa.

Il valore storico di questo documento è dato dal fatto che è il più vicino all’epoca in cui Giovanna visse.

Nel ricostruire la vita della Beata non possiamo certamente non tenere conto del notevole contributo che sono in grado di fornire la tradizione e le memorie popolari, le quali da secoli tramandano notizie e racconti abbastanza fantasiosi e che, in un certo modo, hanno caratterizzato la figura di questo personaggio.

Testimonianze di alcuni momenti della vita di Giovanna sono osservabili presso la Pieve di Signa dove, sulle pareti di quella che una volta era la sua Cappella, sono dipinti gli episodi principali della sua vita.

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Anche dalla cassa nella quale essa riposò per molto tempo, fatta da Pietro da Gambassi e custodita ancora oggi nella Chiesa di San Lorenzo a Signa, si possono ricavare molte informazioni.

Luogo e data di nascita – Luogo e data di morte

Molti autori hanno scritto dei libri sulla pastorella signese, ma le opinioni su alcuni fatti sono diverse. Le prime discordanze nascono sulla data e sul luogo di nascita.

Il manoscritto, a tal proposito, dice soltanto che “L’inclita verginella Beata Giovanna, fu originaria di un certo castello situato in prossimità di Firenze”.

Molti scrittori, come P. Agostino e il Menegatti, nei loro testi dedicati alla Beata Giovanna, affermano che il castello menzionato sia quello di Signa; questo perché la tradizione popolare ha sempre attribuito a tale paese e al suo castello il luogo che vide nascere la pastorella e poi anche perché nessuno degli altri castelli ha mai preteso che ella gli appartenesse. Molto probabilmente è nata dentro il castello. A confermare questa opinione ci sono alcuni versi scritti da Monsignor Dati nel 1520 in una cantica in onore di Giovanna, i quali recitano: “Nacque Giovanna vergine benigna, di discreti parenti ed onorati in nel magno Castel di Signa, presso a Firenze infra i castelli ornati”.

I genitori della Beata erano presumibilmente “coltivatori di terra e di bestiame”, pertanto di umili condizioni, e perciò dovevano abitare al di fuori delle mura del castello, ma il Menegatti sostiene che, in caso di guerra, i contadini erano soliti recarvisi per difendersi.

Giovanna molto probabilmente, secondo la sua opinione, è nata durante un assalto, una guerra, un saccheggio, all’interno del castello di Signa.

Nel “Ragguaglio Istorico della Beata Giovanna” dedicato a Giulio Del Riccio si sostiene il contrario, visto che per castello si possono intendere anche i luoghi circostanti appartenenti ad esso; per cui può essere che Giovanna abbia visto la luce nella campagna signese.

C’è stato anche chi ha voluto farla nascere a San Martino a Gangalandi per la contesa, dopo la morte di lei, sulla sua salma. Tale opinione non ha riscontro in nessun documento, e quindi priva di fondamento.

Esiste molta incertezza anche sulla data di nascita. Alcuni autori ritengono che Giovanna nascesse nel 1242. Di certo sappiamo solo la data della morte, in quanto Vanni di Bono lo scrisse sopra la prima cassa e Pietro da Gambassi la riprese dipingendola nella seconda.”Qui giace il corpo della Beata Giovanna eremita di Signa 1307″.

Se fosse nata nel 1242, al momento della morte avrebbe avuto 65 anni, ma tutte le pitture che ci restano di lei la ritraggono come una donna di giovane età, soprattutto il dipinto sulla cassa di Pietro da Gambassi.

Questo è molto attendibile perché il famoso pittore ricopiò l’immagine di Giovanna morta dalla prima cassa di Vanni di Bono, il quale effettuò la sua opera direttamente dal cadavere della Beata e la donna che noi vediamo ritratta sembra non avere più di 40 anni.

Questo ci fa pensare che può essere molto probabile il 1266 come anno di nascita.

P. Agostino porta inoltre una prova a conferma di quest’ultima teoria. Uno dei tanti prodigi attribuiti alla Beata è il passaggio dell’Arno in piena sopra il suo mantello. L’autore sostiene che essa non potè attraversare l’Arno non solo perché era in piena, ma anche perché i l ponte era rotto. Risulta dal breviario Romano Serafico che il ponte era in rovina nel 1278.

Poiché il Dati scrive nella sua cantica che: “… fu vista questa santa in puerizia passare il fiume d’Arno essendo grosso…” e corrispondendo la puerizia ai 10-12 anni, facendo i dovuti conti, essa sarebbe nata intorno al 1266.

Fedele Soldani non è d’accordo con questa opinione e pensa al 1242 come all’anno che vide Giovanna venire alla luce, dandole così 65 anni al momento della morte. Egli afferma che, per compiere tutte le opere che le sono state attribuite, sembrano troppo pochi solo 40 anni. P. Agostino replica aggiungendo che “Giovanna fu una di quelle anime singolari per santità, le quali, … stagionano in breve tempo e nella perfezione cristiana compiono in pochi anni una lunga carriera, come se ne avessero vissuti molti”.

Anche il Brocchi ritiene infondata l’opinione del Soldani poiché non esiste nessun documento intorno al 1242.

La sua vita

Abbiamo poche notizie anche sulla famiglia della Beata. Il manoscritto latino ce la descrive intenta a pascolare il gregge di suo padre: “Guardando un dì del suo diletto padre pecore e buoi al pascolo nella foresta”. (Traduzione di P. Agostino), quindi da supporre, come già affermate precedentemente, che i genitori fossero di umili condizioni, anche se, come ne dà testimonianza il Dati (“Nacque da discreti ed onorati parenti”), sembra non fossero ridotti alla fame, ma conducessero una vita semplice, onesta e rispettabile.

La sua infanzia trascorse serena. Appena giunta l’età che le permetteva di essere utile alla famiglia, fu incaricata dal padre della vigilanza del gregge, che lei conduceva al pascolo sull’opposta riva dell’Arno.

La tradizione ci descrive Giovanna come una fanciulla molto semplice e devota, affabile con tutti, modesta, sempre gentile e serena, parca e misurata nel parlare.

Si racconta che, libera dal lavoro, la pastorella si ritirava in preghiera, persino la notte, tralasciando i giochi con i compagni. La domenica andava alla Chiesa di San Martino a Gangalandi per ascoltare la messa e poi spiegare ai coetanei ciò che aveva udito dal parroco. Giovanna era molto ammirata da tutti, soprattutto dai fanciulli della sua stessa età, ma non solo da loro. Si legge infatti di Lei: “Giovanna l’incantava col suo verecondo contegno, ed essi la guardavano senza batter ciglio. I suoi discorsi eran tutti e sempre di cose attinenti lo spirito, e quelli ne restavano così rapiti, fuori di se stessi, che dimenticavano il gregge, l’ora del pasto ed ogni altra cosa, né li molestavano gli ardori del sole o le brezze del gelo”.

Anche il Dati testimonia questa caratteristica della figura di Giovanna “Ella era venerata come una vecchia ed amata dai vicini”. Ciascun dei circostanti in Lei si specchia a sue parole e colloqui divini porgeva volentieri le orecchie”.

E proprio mentre Giovanna era dedita al suo lavoro ed insieme con i suoi compagni parlava di Dio, compì il suo primo prodigio.

Il suo primo prodigio

Si racconta che la Beata era solita condurre le sue pecore a pascolare in una località posta fra Malmantile e Marliano, chiamata la Luna, di proprietà dei Signori Altoviti. Un giorno si trovava là con altri pastorelli, quando improvvisamente si scatenò una bufera furiosa con tanto di vento, grandine, pioggia. La violenza della tempesta era talmente impetuosa che, senza un miracolo, pecore e pastori sarebbero stati travolti ed uccisi.

Il Dati dice a tal proposito che Giovanna “rincuorò i compagni a non temere e li benedi”. Questi, come rapiti, si recarono sotto un’enorme quercia da Lei indicata e, mentre al di fuori “l’uragano infuriava, allagava, schiantava da ogni parte, la quercia restava intatta e i ricoverati sotto sono tutti salvi”, afferma il manoscritto. Sempre il Dati riferisce che i genitori dei pastorelli erano tutti disperati e li credevano morti, quando se li videro ritornare a casa sani e salvi.

Stupiti, interrogarono i figli, e questi risposero che si erano salvati perché in compagnia di Giovanna. Da quel giorno non si allontanarono mai più da Lei. “Non fu questa volta solamente ma molte volte in modo che i pastori ponean mente essere presso Giovanna in tal furori”, recita il Dati nella sua cantica.

La famosa quercia è rimasta per secoli testimone di questo avvenimento ed il posto dove essa si trovava fu considerato luogo sacro.

Il terreno intorno era incolto poiché nessuno aveva mai avuto il coraggio di lavorarlo.

Si racconta che a chiunque sia andato sotto ad arano con i buoi o lo abbia vangato sono morti gli animali od hanno avuto nelle loro case molte disgrazie. Il Lastri cita a proposito un celebre episodio, ripreso da tutti gli autori.

Un pastore, che andava a fare legna, si avvicinò alla quercia per tagliarla. Nonostante fosse stato ammonito a non toccarla, volle vederne gli effetti e la sua risposta fu secca e decisa: “Beata o non Beata voglio tagliare”. Ma appena affondò il primo colpo, perse tutte le forze, cadde a terra e la sua scure diventò talmente grande che non potè essere usata nuovamente.

Questo episodio non è scritto nel testo latino, ma è divulgato dalla tradizione popolare e dipinto nel 1438 da Pietro da Gambassi nella cassa della Beata.

La quercia fu perfino misurata da un botanico dell’epoca, Pier Antonio Micheli. Essa era talmente enorme che rivelò “di circonferenza braccia 144, d’altezza braccia 22, di grossezza braccia 7, delle due linee in croce tendenti da una parte all’altra, una si stende braccia 48 e l’altra 46, l’altezza del pedale 46” (Del Riccio).

Secondo il Lastri esiste una voce popolare che vuole Giovanna aver piantato, durante l’infuriare della tempesta, un bastone e che quello per miracolo fosse poi diventato la famosa quercia.

Ma se ciò fosse veramente accaduto sarebbe stato annoverato fra i miracoli compiuti da Lei e gli scrittori non lo hanno mai riferito.

Può essere più verosimile il fatto che Giovanna si servisse di un bastone, ma per delimitare, facendo un cerchio, lo spazio oltre il quale non cadesse la pioggia.

La quercia prosperò rigogliosa fino al 1761, quando, colpita da un fulmine, venne atterrata e distrutta. Della possente quercia rimase un tronco, il quale fu definitivamente abbattuto intorno al 1930 ed oggi, là, dove sorgeva maestosa, esiste una cappella votiva.

Questa preziosa informazione, come numerose altre, è stata fornita da un appassionato raccoglitore di notizie curiose, il quale ha anche riferito di alcune particolari coincidenze manifestatesi grazie alla famosa quercia. Quando la pianta fu definitivamente distrutta, molti fedeli si recarono in quel luogo per prendere un pezzetto di corteccia da conservare come reliquia; anche la madre di lui fece questo e, al momento della sua morte, gli consegnò il prezioso legno che egli ancora conserva gelosamente.

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Altri prodigi

Si scatenò un giorno improvvisamente, come racconta, un violento temporale; se fosse continuato per molto tempo avrebbe messo in serio pericolo il raccolto dei contadini. Egli pregò la Beata affinché facesse terminare la pioggia e, presi i pezzetti di quercia, li mise fuori dalla finestra. Immediatamente il temporale cessò ed i contadini dormirono tranquilli. Questa non è la sola coincidenza.

Il secondo giorno di Pasqua viene svolta a Signa una caratteristica sfilata in onore della Beata. Accadde un anno che in quel giorno nevicasse come in inverno; avvenimento molto strano, sia per il periodo in cui capitava sia per il luogo stesso, trovandosi Signa in pianura. La sfilata doveva svolgersi ugualmente ma l’asinello, elemento fra i più caratterizzanti il corteo, non riusciva a camminare perché scivolava sul ghiaccio e sulla neve.

La prodigiosa quercia sembrò nuovamente pensarci lei; infatti, come fu messa sul davanzale, cessò di cadere la neve e la sfilata potè essere eseguita con la felicità di tutti i signesi. Il prodigio della tempesta non fu il solo compiuto da Giovanna. Si racconta, come abbiamo già detto, che la pastorella, dovendo attraversare l’Arno, un giorno che questo era in piena ed il ponte rotto, si tolse dalle spalle il mantello e con quello, come fosse un navicello, passò l’Arno.

Il Dati riporta questo miracolo nella sua cantica: “Fu vista in puerizia questa Santa passare il fiume d’Arno essendo grosso e non bagnarsi un pelo né una pianta sopra il mantel che Ella portava indosso”.

Anche il Soldani nella sua laude cita questo episodio: “Tu passasti, essendo grosso, il fiume Arno sul mantello”. Non sappiamo, però, se Giovanna avesse con sé le pecore al momento del passaggio. La tradizione asserisce che Ella attraversò l’Arno con il gregge, ma P. Agostino sostiene che non esiste alcuna prova che attesti ciò e che, inoltre, né il testo latino né autori come i l Dati ed il Soldani citano questo particolare.

La popolarità di Giovanna crebbe a questo punto enormemente. Tutti volevano vederla, udirla, raccomandarsi a Lei, perché li ricordasse nelle Sue preghiere; ma questo clamore a lei, così schiva, timida ed amante della solitudine non piaceva. Fu così che decise di rinchiudersi in un convento. A ciò contribuì il fatto che molto probabilmente rimase orfana.

Si legge nel Menegatti che prima forse le morì il padre di peste, poi la madre e Lei, rimasta sola, con gravi problemi economici, andava a servizio presso le famiglie facoltose di Signa e dintorni. Certamente parve a Giovanna di non servire abbastanza Dio con la Sua semplice vita o forse la società di quei tempi fece paura alla figlia dei campi, così Ella risolse di consacrarsi interamente al Signore, abbandonando il mondo e scegliendo la via dell’eremitaggio, come era in uso in quei tempi; basti pensare alle gesta di Santa Verdiana da Castelfiorentino e Giulia da Certaldo.

L’eremitaggio

C’è chi sostiene che Giovanna scelse l’eremitaggio, poiché non aveva soldi sufficienti per accedere ai conventi vicini; altri pensano che fu proprio la Sua natura schiva a farle scegliere la strada dell’isolamento assoluto, poiché Ella non desiderava altro che di passare la propria vita in totale preghiera con Dio.

Non sappiamo neppure sotto quale regola si ponesse, se sotto l’Ordine benedettino al quale era dedicato un monastero a San Mauro o se prendesse il saio del Terz’ordine Francescano nel Convento di Carmignano.

Non possiamo risalire all’Ordine a cui apparteneva neppure dal vestito che essa indossava al momento della morte, in quanto ci viene tramandato che lo stesso fu oggetto di manomissioni da parte dei diversi ordini religiosi che volevano attribuirsi l’appartenenza della Beata.

Dall’immagine riprodotta sulla cassa mortuaria, fatta da Pietro da Gambassi, sembrerebbe appartenere all’Ordine Vallombrosano.

Comunque è certo che la pastorella scelse come eremo una celletta presso l’Arno, nel luogo detto La Costa, situato ai piedi della collina su cui si erge il castello di Signa.

Il Del Riccio sostiene che esiste un manoscritto anonimo nel quale si legge che essa abitasse anche un altro eremo: una grotta nel bosco. Questa notizia è poco probabile visto che tutti gli autori, quando parlano dell’eremo, si riferiscono sempre alla celletta presso La Costa. Molto probabilmente attaccato ad essa si trovava un Oratorio dal quale Giovanna riceveva l’assistenza religiosa e la S.S. Eucarestia.

Di questa stanza oggi non rimane traccia, perché era situata quasi al di sotto dell’Oratorio e sicuramente è stata ricoperta dai detriti depositati dagli straripamenti dell’Arno che scorre molto vicino.

Resta, però, dell’antico oratorio, una cappella, detta il Beatino, dove esiste un dipinto di Lei sopra l’altare. Il popolo pensa che quella sia la stanzetta dove Giovanna visse e morì, nel piccolo spazio che oggi serve come sacrestia.

A prova del fatto che il Beatino non è la cella di Giovanna c’è una testimonianza.

“Esistono anche al presente (1890) nella casa Fantacci, che è attaccata al detto Beatino, antichi sotterranei profondi con segni di altre cavità sottostanti. Vi si vede altresì un muro in cui è una piccola finestrella del pari antichissima, alla quale, dalla parte opposta, risponde un rinterro formato di ghiaia e rena, il quale suol lasciare la piene dell’acqua fiumana. Tale finestrella, che ora lì non ha scopo, dovette averlo di certo. Non asseriremo per certo che detta finestrella sia quella per cui Giovanna riceveva dalla spontanea carità il frugale alimento giornaliero, come suolevano fare le rinchiuse di quei tempi, e che ivi, precisamente, fosse il reclusorio in cui Ella passò tanti anni in penitenza e preghiere; ma, tutto considerato, non è cosa improbabile”.

Incerta è anche l’età precisa in cui Giovanna abbandonò il mondo. Di sicuro lo fece molto presto poiché il primo miracolo, scrive il Dati, lo compì a 13 anni. Il manoscritto latino cita a tal proposito: “Entrò quando di sua puerizia era il fiore”.

Altri autori, come i l Soldani, ritengono che Giovanna avesse abbandonato il mondo in età più matura. Secondo la regola dettata dal Concilio di Innocenzo I I I , tutti coloro che decidevano di consacrare la vita a Dio seguivano una particolare cerimonia.

I monaci, ad esempio, dovevano chiedere il permesso al proprio abate; i laici ai rispettivi vescovi, i quali, dopo la cerimonia della reclusione, incaricavano i parroci di sorvegliarli. Non esiste un documento che attesti se con Giovanna fu seguita la seguente cerimonia, ma possiamo ricavarla dalla consacrazione della sua quasi coetanea Verdiana raccontata dal Pazzi, il quale scrive: “Quando fu terminata la cella, in cui entrar voleva, andò alla chiesa del paese, vi fece la sua confessione, ricevette la S.S. Eucarestia e fece voto di ubbidienza a Dio ed al parroco: questi benedì l’abito ed il velo con il quale era rivestita, quindi la consegnò ad un canonico del capitolo per condurla alla cella preparata. Ed Ella vi andò accompagnata dal clero e dal popolo. Entrata che vi fu, si murò la porta, non lasciandovi che una finestrella”.

Come si svolgesse la sua vita all’interno della cella è facile ricostruire. Certo viveva della carità della gente, ma anche il clero e persino l’ente pubblico avevano cura di queste recluse e pensavano al loro mantenimento.

Riguardo a ciò abbiamo memorie di offerte annue passate alla “Giovanna Romita” dalle Corporazioni Fiorentine di Orsanmichele.

L’unico collegamento con il mondo esterno lo aveva tramite la finestrella dalla quale riceveva l’assistenza materiale, ma non poteva vedere chi gliela forniva o chi si recasse da Lei. La penitenza e la fervida preghiera erano le sue sole occupazioni, insieme alla consolazione di chi ricorreva a Lei.

La tradizione Le attribuisce molti miracoli di questo periodo.

Altri miracoli

Una donna di Signa badava un bambino affetto da mal caduco. Un giorno il piccolo morì e la nutrice si recò presso la cella di Giovanna piangendo disperatamente per essere aiutata, poiché non aveva i l coraggio di consegnare ai genitori il bambino morto. Giovanna, preso il bambino in braccio, lo restituì alla donna vivo e sano.

Ad un bambino, figlio di Nae e Sassetta Ammarinati, doveva essere amputata una gamba. La madre chiese aiuto a Giovanna ed il giorno dopo i medici, giunti per fare l’amputazione, si stupirono nel vedere la gamba guarita.

Stesso miracolo accadde a Lapo. Aveva appena 6 anni quando fu colpito da una infermità ad un piede. Alla madre sembrò in sogno di sentirsi consigliare di portarlo da Giovanna, cosa che il giorno successivo fece con il marito.

Giovanna toccò il bambino che, mentre stavano tornando a casa, disse ai genitori di lasciarlo andare perché poteva ormai camminare da solo.

Anselmo di Feo aveva un uccellino a lui caro, ma cieco da un occhio. Desiderando di farlo conoscere a tutti, un giorno lo portò a far vedere a Giovanna, la quale, dopo averlo toccato, gli restituì la vista. La fama di questo prodigio si diffuse fino a Firenze, tanto che un certo Bartolo Taviani, avendo il figlio Biagio cieco e senza speranza di guarigione, lo raccomandò a Giovanna, promettendogli in voto un capo di cera, se fosse stato guarito. Biagio riacquistò la vista lo stesso giorno e ne fu riconoscente alla Beata.

Accadde un giorno ad una donna chiamata Mona Ciava, moglie di Doncio, che giunta l’ora del pranzo non avesse cotto i l pane ed il marito stava per giungere. Messa a cuocere velocemente un po’ di pasta, ne portò un pezzo a Giovanna. Tornato a casa il marito, Ciava si affrettò a prendere il resto del pane per metterlo in tavola, ma con sua meraviglia trovò la focaccia intera come se non avesse tolto niente. Stupita corse da Giovanna, la quale le confermò il prodigio e la pregò di non farne parola con nessuno, almeno fino alla sua morte.

La sua morte

Il 19 novembre 1307 Giovanna morì. La data di morte è certa perché, come già detto precedentemente, la si può ricavare dalla cassa fatta da Pietro da Gambassi. Il manoscritto latino ed anche il Dati precisano il giorno della morte:”… rendè lo spirito al Signore quel glorioso corpo verginetto il giorno appunto di San Salvatore”. Si dice che cadde inferma, ma non si sa con precisione quale fosse la malattia che la colpì. La tradizione popolare racconta che la Beata sopportò con rassegnazione e con gioia il suo male, felice per la morte che le si avvicinava e che stava per aprire la porta del Paradiso da Lei tanto bramato.

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Alcuni pensano che Ella morisse di peste perché, secondo il testo latino, una notte apparve in sogno a Nuta, donna che l’aveva curata, affetta da quel morbo e le disse: “Eccomi a renderti il contraccambio dell’amorosa assistenza che mi usasti nell’ultima infermità”.

Altri riferiscono che Nuta fosse presente al momento del trapasso, ma se ciò fosse realmente accaduto sarebbe stata lei a divulgare la notizia.

Ma questo avvenne grazie ad un altro prodigio.

Nel giorno della morte di Giovanna improvvisamente cominciarono a suonare le campane di tutte le chiese di Signa e dintorni senza che nessuno le avesse toccate e tutte insieme. I signesi, meravigliati, pensarono fosse accaduto qualcosa di straordinario a Giovanna, si recarono alla celletta e la trovarono morta. Si dice che era in ginocchio sopra un fascio di sarmenti, gli occhi socchiusi e rivolti al cielo, l’espressione serena e felice.

La disputa tra Signa e San Martino a Gangalandi

Appena divulgata la notizia della morte, la popolazione di San Martino a Gangalandi e quella di Signa si mise in moto, ciascuna pretendendo di arricchire la propria chiesa col prezioso tesoro del suo corpo.

Il Popolo di San Martino asseriva che la Beata gli apparteneva perché lì era nata e allevata; quello della Pieve di Signa lo pretendeva, poiché Giovanna era vissuta e morta in quella Parrocchia. La disputa era talmente accesa che si dovette ricorrere alle autorità competenti. L’Ordinario sentenziò a favore del popolo di San Martino che pieno di giubilo, prese possesso della sacra salma e, ordinatosi in processione, s’incamminò verso Gangalandi. Ma, giunti che furono alla metà del ponte, il carro con la Beata trainato dai buoi e tutti coloro che seguivano, come se spinti da una forza misteriosa, si bloccarono e non riuscirono a fare un solo passo avanti. A quel punto furono costretti a ritornare indietro e riportare Giovanna a Signa dove, presso la Pieve, fu sepolta. Una voce popolare dice che rimasero persino ciechi e che, non contenti, vollero portare nella loro chiesa le braccia; ma la mattina seguente si accorsero che quelle non c’erano più ed anzi erano ritornate a Signa.

Giovanna finalmente trovò pace nella prima delle sue numerose casse a cui, com’era usanza in quel periodo, fu lasciata aperta una finestrella attraverso la quale si potevano introdurre le mani per toccarne il corpo.

La sua venerazione

Dopo la sua morte Giovanna cominciò ad essere venerata ed onorata con pubblico culto, soprattutto da quando, nel 1325, compì i l suo primo miracolo da morta alla fedele Nuta. Da quel momento in poi troviamo sempre Giovanna indicata come Beata.

A quel tempo i vescovi potevano permettere la pubblica venerazione verso chi fosse morto in odore di santità; così Giovanna ebbe il suo culto e il suo titolo di Beata.

Alcuni pensano che esso nascesse con la peste del 1348 ed in particolare quando tutti i Popoli della zona si riunirono in processione per implorare la Beata affinché facesse cessare il contagio.

Eventi miracolosi si verificarono durante la Sua vita e dopo la Sua morte, avvenuta il 9 novembre 1307, generando una forte devozione ed un culto, sia a Signa che in ogni parte della Toscana; si svilupparono così verso di Lei varie forme di venerazione popolare che, nella loro essenza, sono arrivate sino ad oggi. Fu chiamata persino la “Santa della peste”.

Moltissimi sono i miracoli attribuiti a Lei dopo la sua morte. Guariva malati di peste, ciechi, storpi, mutilati. Ce ne sono alcuni veramente curiosi, come la liberazione di un prigioniero.

Un certo Fonso del Castello di Artimino fu condannato alla pena capitale. Si raccomandò alla Beata, facendo voto di andare al suo sepolcro con una cavezza al collo ed un torcetto acceso, in ginocchio a pregare fino a quando il cero non si fosse consumato.

La Beata lo liberò. I soldati lo cercarono, ma non riuscirono a scovarlo dal fosso dove si era nascosto. La Beata riposò in pace fino a quando l’Arcivescovo di Firenze Alessandro Marzi-Medici la trasferì in un’altra cassa più ricca, dorata e incristallata. In quest’ultima si vedevano intagliati dei gigli, simboli della sua verginità. Questa è la cassa dove oggi riposa il corpo di San Feliciano.

Da qui, nel 1720, fu tolta e sistemata in una nuova cassa, donata da Cosimo I I I . Molto probabilmente la tomba era situata al centro della chiesa, poiché esiste una stampa del 1797 che la ritrae in quel luogo. Nel 1902 fu risistemata e messa sull’odierno altare. Questo nel passato era corredato di candelabri, tutti d’argento, la maggior parte dei quali furono preda dell’usurpazione napoleonica. La cassa venne sistemata in una cappella e chiusa con un cancello, sormontato da sette lampade delle quali oggi non resta traccia.

Dopo la sua morte crebbe e si propagò fra i signesi un vero e proprio culto verso la loro beniamina, tanto che veniva reclamata anche durante le solenni processioni, vista la fama che aveva raggiunto grazie ai suoi numerosi prodigi.

Le popolazioni del circondario le resero grandi onori e, in occasione di eventi straordinari e di calamità, ricorsero alla Sua intercessione.

La famiglia dei Medici ebbe molta devozione verso la Beata, tanto che ricorse a lei nelle varie calamità. Nel 1439, ad opera della famiglia dei Medici, molto devota alla Beata, essa venne portata in processione a Firenze affinché facesse cessare la peste.

Nel 1441 le sue reliquie vennero ancora ricondotte a Firenze per ringraziare della pace raggiunta col Duca di Milano Filippo Visconti.

Questo si può leggere, sostiene P. Agostino, nei libri di Entrata e Uscita dell’Opera, deputazione composta da sei notabili del Comune che amministrava i fondi, raccolti dalle donazioni fatte alla Beata.

Numerose ancora furono le processioni alle quali la Beata partecipò: nel 1444 fu persino portata a Prato; nel 1539 di nuovo a Firenze per la liberazione dall’assedio di Filiberto D’Oranges; nel 1542 ancora a Firenze per implorare la cessazione di un violento terremoto che sconvolse anche il Mugello; nel 1720 fu portata a San Martino.

Sin dai primi anni dopo la sua morte, la depositaria delle tradizioni legate al culto della Beata Giovanna fu l’Opera della Beata Giovanna, che ebbe il compito di amministrare i lasciti e le offerte, di curare feste e manifestazioni, di commissionare opere d’arte e di mantenere la Cappella della Beata e la Pieve, fino a quando essa venne sciolta, nel 1785, dal Granduca Leopoldo.

Da allora, la depositaria di tutte le tradizioni legate alla Beata Giovanna, divenne la Venerabile Compagnia del Santissimo Sacramento e dello Spirito Santo, nata nel 1348 come Compagnia dei Bianchi, che già si distingueva per le sue opere di carità e di culto.

In onore di Giovanna furono istituite molte feste: 9 novembre, giorno della sua morte; 10 agosto nella festa di San Lorenzo (questo oggi non è più celebrata); il Lunedì dell’Angelo.

La festa del 9 novembre, si legge nel Del Riccio, conosce la sua origine da una guarigione fatta ad un pievano di Signa, forse nel 1383, il quale, per ringraziamento, istituì la festa. Originariamente questa festa durava tre giorni: 8, 9, 10 novembre e chi osava non rispettarla doveva pagare una multa: “Pena di fiorini 1 a chi non guardasse la festa di San Salvatore e della morte della Beata”, si legge nel Del Riccio.

Oggi queste non sono p iù riconosciute come feste ufficiali, ma i l popolo di Signa ricorda ancora l’anniversario della morte di Giovanna, recandosi a visitare il suo sepolcro, che per l’occasione viene scoperto.

P. Agostino afferma che esistono memorie di altre due feste, oggi in disuso. Una di esse si faceva il 15 d’agosto, l’altra si faceva nel giorno della S.S. Annunziata, in ringraziamento della liberazione del Castello dall’invasione di Galeazzo Visconti, annoverata tra i prodigi compiuti da Giovanna. Si racconta che in quell’occasione fu vista la Beata insieme alla Madonna, San Giovanni e altri santi apparire sopra i l castello e mettere in fuga i nemici.