Pro Loco Signa A.P.S.
LASTRI MARCO

LASTRI MARCO

LASTRI, Marco

Nacque a Firenze il 6 marzo 1731 da Arcangelo Maria e da Lucrezia Paolini, nella parrocchia di S. Romolo (quartiere di S. Croce).

Biografia

Per le umili origini della famiglia “fin dalla fanciullezza fu iniziato all’ecclesiastico ministero”.

Si formò dapprima nel collegio Eugeniano della cattedrale fiorentina, dove ebbe tra i maestri F. Poggini, teologo, letterato e accademico apatista. Dopo nove anni, ordinato sacerdote, proseguì gli studi nel seminario diocesano, dove ebbe come compagni G.M. Lampredi e O. Marrini.

Grazie alle recenti riforme dell’arcivescovo F.G. Incontri, egli poté apprendere, oltre alla teologia morale e dogmatica, lo ius civile e canonico, la matematica e la lingua “toscana”, il cui insegnamento era stato inaugurato da D.M. Manni. Nel 1756 si laureò nel collegio teologico dello Studio fiorentino.

Nel 1759 giunse la concessione di un beneficio nella pieve dei Ss. Giovanni e Lorenzo di Signa, nel cui archivio svolse le prime ricerche storico-antiquarie, sfociate nelle Memorie appartenenti alla vita ed al culto della Beta. Giovanna da Signa. L’opera fu recensita con favore nelle Novelle letterarie da G. Lami, che mostrò di apprezzare la “giudiziosa” ricostruzione biografica della Beata, corredata di “buone e opportune note”.

La partenza per Signa segnò l’inizio del carteggio con l’amico Giuseppe Bencivenni Pelli. Questo sodalizio, durato tutta la vita, scandì i ruoli ricoperti dal Lastri come ecclesiastico e uomo di lettere, ma la corrispondenza mette in luce anche risvolti più intimi, come le galanterie amorose intessute con gentildonne, ricordate con pseudonimi: Armida, Dircea, Clarice, Elena, Laura, Gattina.

A Pelli il Lastri, avido di notizie sulle accademie, le librerie, le conversazioni e i teatri che aveva frequentato, confidava un certo rammarico per l’isolamento che il nuovo impiego comportava, nella speranza di adattarsi alle cose spirituali “senza esser punto spirituale”. Agli obblighi del ministero pastorale alternava le frequentazioni di fiorentini o forestieri illustri che con le loro villeggiature animavano il quieto borgo di Signa; tra questi, l’ambasciatore portoghese F. de Almada e monsignor G. Cerati, provveditore dell’Università di Pisa. In sintonia con gli intellettuali toscani formatisi nella Reggenza lorenese, aperti alle novità dell’Illuminismo francese, condiviso nel rispetto della religione “non superstiziosa”, nelle lettere a Pelli anche il Lastri. mostrò un moderato interesse per le opere recenti d’Oltralpe; a proposito dell’Émile di J.-J. Rousseau, più per compiacere alle critiche dello “scandalizzato” Pelli che per convinzione, confessava alla fine di invidiare all’autore “la maniera di scrivere, ma non quella di pensare” .

Dal 1763, intanto, il Lastri aveva iniziato a collaborare agli Elogi degli uomini illustri toscani, che lo stampatore G. Allegrini decise di aggiungere alla Serie di ritratti, affidandoli inizialmente soltanto a Pelli. Il programma che tracciò rinnovava la lunga tradizione di scrittura biografica maturata a Firenze dal XV secolo, proponendosi come una sorta di “istoria dello spirito umano” estesa ai contemporanei e alla storia civile, ovvero a chi si era distinto nelle scienze e attività utili come la chimica o il commercio.

La novità di impostazione fu in parte disattesa nella scelta dei protagonisti degli elogi, sebbene risultassero decisamente innovative le interpretazioni delle figure e opere di Dante o Machiavelli, l’uno letto in chiave giurisdizionalista e anticuriale come autore del De Monarchia, l’altro in chiave repubblicana come autore del Principe, dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e delle Istorie, tutte intessute di “umana prudenza”.

Il 17 settembre 1772 tornò a Firenze come preposto del battistero di S. Giovanni; da quel momento intensificò la partecipazione alla vita culturale cittadina. Socio dal 1770 dell’Accademia dei Georgofili, nel 1773 fu accolto nell’Accademia della Crusca, che viveva momenti di declino. Nello stesso anno P. Arduino, gli comunicò la nomina a socio dell’Accademia di agricoltura di quella città  Con l’agronomo il Lastri intrattenne un fitto carteggio, dal quale emerge l’interesse del preposto per la sperimentazione di nuove colture quali l’orzo di Siberia, ritenuto idoneo a sopperire la carestia di grano verificatasi nel 1772.

Con il ritorno a Firenze il Lastri iniziò a scrivere un diario, che tenne in maniera discontinua fino al 1806, richiamandosi ai classici del genere, da Cesare a Sant’ Agostino, a Montaigne.

Nel novembre del 1774 stampò una delle opere che decretarono la sua fama a livello europeo, testimoniata dal carteggio e dalle recensioni sui periodici: il primo volume del Lunario per i contadini, che divulgò le teorie di agronomi inglesi e francesi, i principî fisiocratici e, in particolare, la cultura e la pratica agronomica toscana di U. Montelatici, C. Trinci e F. Paoletti, finalizzata alla politica riformatrice del governo lorenese, impegnato a conciliare il sostegno alla piccola proprietà terriera con le esigenze di un libero mercato. I Lunari ebbero ristampe e riedizioni fino al 1834; quella fiorentina del 1801-03, notevolmente accresciuta dall’autore, si intitolava Corso di agricoltura di un accademico georgofilo autore della Biblioteca georgica.

Riflessioni statistiche e analisi storiche fecero delle Ricerche uno dei primi lavori di demografia storica; le variazioni della popolazione, considerate in generale come causa di maggiore o minore ricchezza, venivano trattate come strettamente connesse ai cambiamenti politici, che a Firenze si erano attuati con i passaggi dal governo repubblicano al Principato mediceo e al governo lorenese, nel quale Pietro Leopoldo rappresentava l’esempio del “principe filosofo”, fautore di riforme economiche tali da favorire “progressi significanti” della popolazione nella capitale, e soprattutto nelle campagne.

All’insegna dell’eclettismo culturale caratteristico degli intellettuali del tempo, nel 1776 il L. pubblicò, ancora a Firenze, in 6 volumi la prima edizione dell’Osservatore fiorentino sugli edifizj della sua patria, cui seguì una più ricca edizione in 8 volumi nel 1797, sempre a Firenze. L’opera si presentava come guida per un “forestiero filosofo”, al quale si fornivano notizie storico-artistiche sui monumenti cittadini, ma anche curiosità e aneddoti su luoghi e personaggi.

Ascritto nell’aprile 1778 all’Accademia Etrusca di Cortona, nel 1779 il L. in mezzo a nuove polemiche ristampò a Firenze la versione italiana dell’Antico e Nuovo Testamento edita a Torino nel 1769 da A. Martini, futuro arcivescovo di Firenze. Non si trattò in realtà di una semplice ristampa, dato che il L., con pesanti interventi, aggiunse prefazione e note proprie nell’intento di semplificare l’eccessivo apparato erudito di Martini, ritenuto contrario allo spirito di divulgazione che stava a cuore al preposto.

Nelle ultime lettere a Bandini e Pelli dalla campagna di Belfiore,  mostrò ancora interesse per nuovi progetti, tra cui un Giornale georgico destinato alla vita delle campagne e alla politica agraria e commerciale: temi ripresi in altre pubblicazioni poi interrotte, quali l’Almanacco d’economia pel Granducato di Toscana (Firenze 1791), o in testi più disimpegnati come il poemetto Il cappello di paglia dedicato alla manifattura della paglia praticata a Signa, qui di seguito riportato:

“Tu Signa industre, onor del Tosco Regno,

tu la prima mostrasti: io da’ miei carmi

ora drizzando a’ tuoi bei colli il volo,

del nobile artificio addito i pregi …

Per queste vie, per queste amene piaggie

tutto accenna fervor, tutto dimostra

dell’arte nostra i segni. Appena due

trovi di dieci abitator, che al fianco

non rechin paglia e non intreccin fila.

Qua di spighe immature i campi pieni,

là verdi fasci, e là nevosi mazzi.

Altri intesse, altri cuce, altri riporta

L’opra perfetta al mercatante, e lieto

del fatigar di un dì, riede col prezzo.”

Nel 1808, divenuto il Granducato Regno d’Etruria, con G. Sarchiani, A. Rivani e G. Lessi rispose a quesiti del governo francese sulla produzione dell’olio e del vino in Toscana. Tardivamente, nel 1806, era stato ammesso con il nome di “Lucido” nell’Accademia La Colombaria di Firenze; ormai prevaleva in lui il desiderio di vivere ritirato da “filosofo campagnardo”, dilettandosi nella traduzione di Tacito e di Plinio il Giovane, piuttosto che di accettare l’incarico offertogli nel 1803 di ricoprire a Forlì una cattedra di storia naturale e di agricoltura.

Il Lastri morì “per un colpo apoplettico” nella casa di campagna di Sant’Ilario a Settimo il 24 dicembre 1811. L’ufficioso Giornale del Dipartimento dell’Arno annunciò la perdita nel gennaio 1812 come “sensibilissima a tutti i buoni e a’ cultori delle lettere”.

Bibliografia

  • Firenze, Archivio dell’Opera del Duomo, Registri battesimali, Maschi, marzo 1731;
  • D. Moreni, Notizie di rettori, priori, proposti, piovani, vicari, abati, ecc. di chiese e monasteri dello Stato fiorentino, degli spedalinghi, dei maestri dell’Altopascio e dei vicari imperiali in Firenze,
  • Archivio dell’Accademia dei Georgofili, Mss., bb. 23, 24, 45;
  • Biblioteca Marucelliana, Mss., B.III.33-35;
  • Biblioteca nazionale, Mss.,Gonnelli, 21, ins. 128-131; Carteggi vari, cass. 50, ins. 142-143, cass. 207, ins. 91;
  • Arch. di Stato di Firenze, Acquisti e doni, b. 94, ins. 20;
  • Venezia, Biblioteca del Civico Museo Correr, Codd. Cicogna, 3197;
  • G. Sarchiani, Elogio del proposto M. L., in Atti dell’Accademia dei Georgofili, XXVII (1817);
  • F. Inghirami, Storia della Toscana, Fiesole 1843-44, XIV, p. 538; XV, pp. 377-379;
  • C. Guasti, Storia aneddota del volgarizzamento de’ due Testamenti fatto dall’abate A. Martini, in Rassegna nazionale, 16 sett. 1885, pp. 254-265;
  • M.A. Morelli Timpanaro, Lettere a Giuseppe Pelli Bencivenni (1747-1808). Inventario e documenti, Roma 1976, ad ind.;
  • M.A. Morelli Timpanaro, Su M. L., Angelo Maria Bandini, Giuseppe Pelli Bencivenni e su alcune vicende editoriali dell'”Osservatore fiorentino”, in Critica storica, XXVII (1990), pp. 89-131;
  • L. Mascilli Migliorini, L’età delle riforme, in Il Granducato di Toscana. I Lorena dalla Reggenza agli anni rivoluzionari, a cura di F. Diaz – L. Mascilli Migliorini – C. Mangio, in Storia d’Italia (UTET), XIII, 2, Torino 1997.