Associazione Turistica Pro Loco Signa
Chiese

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  • Chiesa di San Miniato (Via Sorelle Gramatica, 30)

Ignota è la data di fondazione. Stando all’opinione del Lami, la chiesa esisteva già prima dell’anno Mille. I documenti più antichi riguardanti San Miniato sono del 1224 e del 1243.
Non doveva tuttavia trattarsi di una chiesa particolarmente ricca: nel 1276 la decima da pagare alla pievania di Signa risultava, infatti, di solo due libbre e tre soldi. Consacrata da monsignor Morigia, arcivescovo di Firenze, nell’ottobre del 1684, San Miniato diveniva prioria nel 1745, anno della visita pastorale dell’arcivescovo fiorentino monsignor Francesco Gaetano Incontri, come ricorda la lapide visibile al di sotto dell’altare maggiore. In vista dell’avvenimento la chiesa subiva un radicale restauro che le avrebbe conferito l’attuale aspetto.
L’edificio presenta una semplice facciata al centro della quale si apre un unico portale sormontato da timpano spezzato in pietra serena e decorato dallo stemma della famiglia Vespucci, antica patrona della chiesa. L’interno è ad un’unica navata. Sulla controfacciata, lapide sepolcrale del bolognese Domenico Sebastiano Michelacci, iniziatore intorno alla metà del XVIII secolo della produzione dei rinomati cappelli di paglia di Signa

All’inizio della parete sinistra si apre la cappella che, come ricorda la lapide posta sulla fronte, veniva fatta erigere nel 1932 da E. Colzi. L’altare, dedicato alla Vergine, è decorato da una mostra in ceramica eseguita nello stesso anno. Segue un grande dipinto raffigurante San Miniato (1992), opera del pittore signese Alvaro Cartei. All’altar maggiore crocifisso ligneo settecentesco.
Sul lato sinistro del presbiterio una lapide commemora il restauro della chiesa avvenuto nel 1932, quando era priore don Giovanni Squarcini e al quale collaborarono Dino Bandecchi e Giuseppe Colzi Rousseau, membri delle famiglie più notabili del paese. Il restauro consenti di stabilire che il primitivo soffitto era a capriate.
Seguono, sulla parete di fondo, una copia della Flagellazione di Cristo di Domenico Fetti e, a pendant, tela settecentesca con Dio Padre che sostiene il corpo di Cristo. Segue un piccolo ciborio rinascimentale in pietra.
Il grande organo, risalente al 1795, opera dei celebri maestri organari pistoiesi, è coronato da due angeli in legno dipinto e dorato. Per inserire l’organo fu distrutta l’antica abside. A destra dell’altare maggiore, rilievo con Madonna col Bambino dello scultore lastrigiano Renato Bertelli. Al termine della navata destra, all’interno di una piccola nicchia, è alloggiato il fonte battesimale dietro al quale è stato collocato il Battesimo di Cristo di Paolo D’Asnasch (1936).

ORARI:
Orario Sante Messe: Sabato e Vigilie: ore 17:30 (ore 18:00 orario estivo) Domenica e festività: ore 11:00
TELEFONO:
+39 055 875216
E-MAIL:
miniato.signa@parrocchie.diocesifirenze.it



  • Chiesa di San Lorenzo (Via degli Alberti, 2)

Ricordata per la prima volta in un documento dell’866, nel 964 veniva donata dal vescovo Rambaldo al Capitolo fiorentino insieme alla chiesa di San Giovanni Battista.
La presenza di tombe cosiddette alla “cappuccina” e ad anfora, rinvenute nel corso di recenti restauri condotti da Vanni Desideri, induce a pensare che l’area su cui sorse la chiesa fosse già usata come sepolcreto nel IV-VI secolo. Prima dell’anno Mille la chiesa risultava pieve, la cui giurisdizione si estendeva, secondo il Repetti, su entrambe le rive dell’Arno. L’antico piviere era composto da quattordici parrocchie.
Per quanto San Lorenzo venga ricordata costantemente come pieve, almeno fino al 1568, nessuno dei documenti finora reperiti vi attesta la presenza di un fonte battesimale. Appare, tuttavia, poco probabile che il sacramento potesse essere amministrato soltanto nella vicina chiesa intitolata a San Giovanni Battista.
Il 16 aprile 1224 una pergamena del Capitolo fiorentino ricorda la presenza di un pievano di nome Corrado. Il sacerdote intimava ai parroci delle chiese suffraganee di rispettare l’obbligo di partecipare con i loro fedeli alle funzioni che si celebravano presso la pieve, minacciandoli di scomunica. Nel 1243, in occasione dell’elezione del nuovo pievano, il proposto della cattedrale si recava a Signa col preciso proposito di ribadire su San Lorenzo l’autorità dei canonici di San Giovanni.
Il nome della chiesa compare nuovamente nel privilegio di Ottone III e in una “Charta offersionis” del 1304. Nel 1789, come attesta la lapide visibile sulla facciata della chiesa, ne acquisiva la proprietà la famiglia Del Rosso, mantenendola fino al 1834. In tale data passava alla “Compagnia del Santissimo Sacramento e dello Spirito Santo”, [già “Compagnia dei Bianchi”], che ancora oggi ne detiene la proprietà. Una scalinata semicircolare in pietra conduce al portico che dà accesso alla chiesa, dominato dall’immagine di San Cristoforo, affresco di scuola fiorentina della fine del XIII secolo. La consueta collocazione del santo all’esterno di edifici religiosi, allude alla protezione che egli esercitava nei confronti dei viandanti.
Il campanile, di origine romanica, a pianta quadrata e alto venticinque metri, presenta nella parte superiore eleganti bifore. La cella campanaria è stata ricostruita nel 1928, e l’abside attuale ha subito un rimaneggiamento nel corso del XVII secolo. Il campanile è stato recentemente sottoposto a restauro statico a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici.
L’interno si sviluppa in un’unica navata impreziosita da una ricca decorazione ad affresco.
Al di sotto del piano di calpestio a ridosso della parete sinistra, è visibile una delle tombe alla “cappuccina” sopra ricordate. La controfacciata accoglie un affresco raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra Santo Stefano e Sant’Antonio abate, databile alla fine del XIV secolo o all’inizio del successivo.
All’inizio della parete sinistra una figura di Santa (1485), di scuola fiorentina. A lato, scandita in sette scomparti, si dispiega la teoria votiva di santi dipinta nella seconda metà del Trecento da Pietro Nelli con la probabile collaborazione di Jacopo di Cione, al quale spetta la Santa martire con libro che apre la serie. Segue San Bartolomeo accompagnato dall’immagine della committente.
Nel bordo inferiore del riquadro successivo con San Giuliano e Santa Caterina d’Alessandria si leggono la data 1366, estendibile all’esecuzione dell’intero ciclo, e il nome di un secondo committente “Benozzo di N[iccolò?] linaiolo”.
Proseguendo: San Romualdo e San Benedetto, San Lorenzo e il grande riquadro con il Martirio di San Sebastiano, infine Sant’Antonio abate con altra figura di committente.
Completa l’intervento di Pietro Nelli la Santa Margherita d’Antiochia posta all’inizio della parete destra.Al termine della navata si eleva il grande ambone di epoca romanica, di cui si ignora l’originaria ubicazione. Quella attuale è stata determinata dai lavori svoltisi nella chiesa nel 1936, in occasione dei restauri del campanile.
Nel transetto a sinistra, in alto, tavola di scuola fiorentina del XVII secolo con la Madonna in gloria e angeli, San Lorenzo e Santo Stefano, che accoglieva al centro un’immagine sacra più antica. Addossato alla parete successiva si trova il grande tabernacolo, già sull’angolo di un’abitazione in via Garibaldi, affrescato fra il 1450 e il 1460 dal cosiddetto Maestro di Signa (Antonio di Maso?), allievo di Bicci di Lorenzo.
In occasione della riconsegna dei tabernacolo, avvenuta nel 1995 dopo un lungo intervento di restauro, quanto resta delle sinopie dei santi laterali è stato opportunamente collocato di fianco al complesso affrescato. Accanto, altare in pietra serena con dipinto raffigurante la Madonna coi Bambino e San Giovannino, di scuola fiorentina della prima metà del XVI secolo.
Alle pareti dell’abside spiccano tre grandi pale d’altare.
Quella centrale, opera fiorentina della seconda metà del XVI secolo. A sinistra, tela riferita alla mano del senese Pietro Sorri. A destra, infine,tavola opera di Bernardino Monaldi che vi appose la propria firma e la data (1592).
L’altare destro del transetto contiene ciò che rimane di un’ampia scena ad affresco e della relativa sinopia attribuite al cosiddetto “Maestro di Barberino”, pittore attivo nella seconda metà del XIV secolo.
Lungo la parte superiore della parete adiacente, si snoda un fregio, databile entro il XIV secolo. Sulla parete destra della navata, Madonna della Misericordia di Corso di Buono, affresco della fine del XIII secolo. Alla mano di questo discepolo di Cimabue si devono, probabilmente, anche i resti della decorazione a finte specchiature marmoree che ornano la fronte dell’arcone centrale.
Accanto, ancora del Maestro di Barberino, grande trittico affrescato.
Nella Chiesa sono presenti anche un grande crocifisso sagomato opera di Giuseppe Santelli,  e una cassa lignea che accoglieva i resti mortali della Beata Giovanna.
La cassa, che ricorda i coevi esempi di cassoni di destinazione privata e domestica, fu dipinta nel 1438 da Pietro di Chellino da Gambassi. La scritta nel cartiglio recita: “Qui giace il corpo della Beata eremita di Signa 1307 [anno della morte]”.
L’opera sostituiva una cassa più antica eseguita nel 1386 da Vanni di Bono, alla quale probabilmente Pietro da Gambassi si era ispirato per la resa iconografica dell’eremita.
L’opera, che presenta notevoli integrazioni del supporto ligneo e vari interventi di ridipintura, fu esposta nel 1933 alla Mostra del Tesoro di Firenze Sacra.
La piccola porta che si apre sulla parete sinistra immette nella sede della “Compagnia del Santissimo Sacramento”, [già “Compagnia dei Bianchi”]. I locali della Compagnia sono in gran parte destinati ad ospitare le bandiere e gli apparati del Corteo Storico che, ogni anno, il lunedì dell’Angelo, sfila lungo le strade del paese in occasione della festa della patrona signese.
Sull’altare in pietra serena del 1672, un crocifisso processionale in legno dipinto del XVI secolo. Sulla mensa un’urna custodisce le spoglie di San Feliciano, soldato romano martirizzato nel III-IV secolo dopo Cristo, sotto il dominio di Diocleziano.
Nel corso dei regenti lavori di restauro e consolidamento del campanile, effettuati dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici, sono state riportate alla luce alcune tombe “a cappuccina” di epoca longobarda

  • Chiesa di San Giovanni Battista (piazza Cavour, 3)

Il lato est di piazza Cavour è dominato dalla grande facciata in pietra della romanica chiesa di San Giovanni Battista, alla quale, fin dai tempi antichi, sembra sia stato riservato il compito di amministrare il sacramento del Battesimo.

Lo attesterebbe la presenza in antico di una fontana, ancora in loco nel 1724, elemento sovente riscontrabile vicino alle pievi, in quanto serviva per l’approvvigionamento dell’acqua necessaria per il sacramento.

L’edificio sembra sia sorto fra il VII e il IX secolo. Nel luglio 964 San Giovanni insieme alla pieve di San Lorenzo veniva donata dal vescovo Rambaldo al Capitolo fiorentino. Dal 1568 il titolo di pievania, col quale fino ad allora erano sempre citate entrambe, sembra spettare alla sola chiesa di San Giovanni.

Le dimensioni della chiesa primitiva erano considerevolmente più piccole di quelle odierne. Secondo monsignor Bonardi, autore di un breve saggio sulla pieve di Signa, San Giovanni presentava tre navate, che occupavano lo spazio corrispondente all’attuale navata destra, ai locali dell’odierna sacrestia e dell’adiacente cappella con il fonte battesimale. Si ha memoria, inoltre, di un antico sito cimiteriale ubicato nell’area in seguito riservata al sagrato.

La chiesa deve comunque la sua fama alla presenza delle spoglie della Beata Giovanna, tanto da essere chiamata dai signesi la “Beata”.
Intorno al 1348, si pensò di venerare la patrona in una piccola cappella destinata a divenire ben presto il fulcro di una sempre più sentita devozione popolare. Nel 1361 la struttura architettonica della cappella doveva già essere stata completata. Il 17 marzo di quell’anno, infatti, nel testamento di Michele di Guiduccio del Popolo di Santa Lucia di Ognissanti, si registra un lascito di 12 fiorini d’oro per affrescarne le pareti. Decorazione che tuttavia non sappiamo quando e se sia mai stata eseguita.

Un successivo documento del 1386, attestante una riparazione del tetto, ha fatto supporre che la cappella fosse stata eretta esternamente alla chiesa. Interventi ulteriori di restauro risalgono a tre anni più tardi, ed ancora al 1394 e al 1400. Nel 1441 venivano affrescati sulla parete sinistra quattro episodi della vita della Beata Giovanna. Proprio in quell’anno il suo corpo fu portato in processione a Firenze in occasione della sospirata pace con Milano.

La decorazione risultava completata solo dopo una lunga interruzione, nel 1462, con l’aggiunta di quattro nuove storie sulla parete opposta. Il ciclo è quello attualmente visibile sui muri della cappella dell’altare maggiore, la quale inglobava, forse nel primo ventennio del XVI secolo, il piccolo sacello consacrato al culto della patrona signese mediante la costruzione di una nuova navata.

Nel 1539, il Capitolo fiorentino deliberava di abbattere case di sua proprietà, per creare una vera e propria piazza davanti alla pieve, mentre nel 1662, come testimonia la lapide posta sulla facciata, veniva lastricato lo spazio ad essa prospiciente occupato dal cimitero.

La chiesa subiva rimaneggiamenti nel corso del XVIII secolo, e alla fine del successivo fu oggetto di un notevole intervento di ristrutturazione che si concludeva nel 1908: si provvedeva a chiudere la prima navata, ad esclusione dello spazio ancora oggi riservato al fonte battesimale. Veniva innalzata e ampliata la sezione centrale, aumentata la luce della porta mediana e murato al di sopra di essa il grande terrazzo sostenuto da mensoloni, che già coronava l’attuale portale destro.

Si aggiungeva poi, sul luogo di un’antica tinaia e di una cappellina intitolata alla Vergine Maria, l’attuale navata sinistra. In corrispondenza di quest’ultima, sulla facciata, si decideva infine di aprire, per motivi di simmetria, una terza porta. L’ultimo sostanziale rifacimento del 1949 avrebbe portato alla totale imbiancatura dell’interno della chiesa.

Sull’architrave del portale destro è scolpito lo stemma del comune di Signa (1393), raffigurante una torre merlata e un ponte con sette archi come quello che anticamente attraversava l’Arno.
La presenza dell’antico cimitero è ancora oggi attestata, sul lato destro della facciata della chiesa, dalla tomba in pietra recante sulla parte frontale lo stemma Mori-Ubaldini e sormontata da un arco decorato in mattoni lungo il profilo esterno. A ricordo della donazione della pieve fatta dal vescovo Rambaldo al Capitolo fiorentino, sulla porta che immette nel chiostro, si vede l’emblema di detto Capitolo raffigurante un cherubino. All’interno, sulla controfacciata, spicca lo stemma in terracotta invetriata di tale Capitolo eseguito da Andrea Della Robbia fra il 1498 e il 1503. All’inizio della navata sinistra Sant’Antonio da Padova, rilievo in pietra serena di Giuseppe Santelli.

La cappella a sinistra dell’altare maggiore, dedicata alla Madonna, accoglie sotto l’altare (1714) una scultura lignea raffigurante Cristo morto, opera di Umberto Bartoli.
Nella volta, Angeli affrescati da Giuseppe Santelli negli anni Trenta. Sulla fronte del grande arcone centrale, moderna vetrata con l’immagine della Beata Giovanna. All’altare maggiore crocifisso ligneo dello scultore Bartoli.

La cappella dell’altare maggiore conserva il ciclo di affreschi con episodi della vita della beata patrona, opera di due diversi artisti. Le scene sulla parete sinistra sono state attribuite al cosiddetto “Maestro del 1441”, anonima personalità che deve il suo appellativo alla data iscritta al di sotto delle storie, mentre al Maestro di Signa spettano quelle dipinte sulla parete destra nel 1462.

Le iscrizioni poste al di sotto delle quattro storie della parete sinistra: “Anno Domini MCCCCXXXXI Di Marzo a Dì 28. Questa storia ha fatto dipignere a sue spese Andrea di Sandro di Palazuo vocanti Pucciarelli”, e a destra “MINIATO LOR CAMARLINGO A. D. MCCCXXXXXXII”, fanno pensare che il ciclo sia stato commissionato da una Compagnia. Al di sotto di tale iscrizione rimane una debole traccia di una scritta greca in caratteri latini: “AGIOS 0 TREOS AGIOS SCHIROS AGIOS A THANATOS ELEIMAS”.

Nel 1673 si decideva di delimitare la cappella della Beata patrona con una cancellata in ferro battuto. Una parte di essa chiude oggi il sacello che ospita il fonte battesimale, un’altra orna la porta laterale della Compagnia del Santissimo Sacramento in San Lorenzo.

Nel 1716 il fiorentino Antonio Bastiano Liberati eseguiva un disegno per rinnovare l’altare della Beata. Tre anni più tardi il granduca Cosimo III, ad ulteriore testimonianza della particolare devozione che la famiglia granducale aveva sempre nutrito nei confronti della Beata, partecipava insieme a Lorenzo del Rosso e alla comunità signese alle spese per il rinnovamento della cassa contenente il corpo della patrona signese. Nel 1738 la cappella “fu abbellita di nuove pitture dal Pillori, dal Paci e dal Giarrè”.
Le spoglie della Beata Giovanna sono oggi conservate nella cappella a destra dell’altare maggiore e risultano visibili solo il Lunedì dell’Angelo in occasione della celebrazione della festa della patrona.

Il sepolcro è ornato da una mostra marmorea coronata da un busto in gesso della Beata, probabilmente eseguiti nel corso dei lavori di riammodernamento della chiesa nel XVIII secolo, periodo al quale si devono anche gli affreschi della volta.

La navata destra si chiude con la cappella che ospita un piccolo tabernacolo in pietra serena e il pregevole fonte battesimale in marmo, datato l480, e commissionato da padre Domenico di Filippo da Gangalandi. Entrambe le opere sono riferibili alla bottega dei “da Maiano”.
La statua raffigurante il San Giovanni Battista è una copia eseguita dalla Manifattura di Signa dell’originale di Benedetto da Maiano conservato nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio a Firenze.

Da ricordare la presenza nella chiesa, fino al 1976, anno in cui veniva portato al Rondò di Bacco di Palazzo Pitti, di un dipinto raffigurante il Martirio di un santo abate riferito alla mano di Orazio Fidani.

Nel chiostro, a cui si accede o dalla porta della sacrestia sulla parete destra, o dalla piazza, sul lato destro della chiesa, sono conservati alcuni stemmi lapidei.
Sulla sinistra della chiesa è il loggiato fatto erigere nel 1724 dalla Compagnia della Vergine Maria e dall’Opera della Beata Giovanna. Il piano rialzato, previsto già nel progetto originario, veniva utilizzato anche come luogo per i banchetti che si tenevano in occasione di particolari ricorrenze, quali le celebrazioni della patrona, il lunedì dopo Pasqua e il 9 novembre, anniversario della sua morte.

  • Parrocchia di San Mauro a Signa (Via della Croce, 66)

La chiesa dedicata a San Mauro, da cui il paese prende nome, è documentata fin dal XIII secolo. L’aspetto originario della chiesa è purtroppo alterato dai molteplici rimaneggiamenti di epoche successive. Il nome del santo titolare induce a pensare che sul luogo sorgesse originariamente un monastero benedettino. è stato ipotizzato, perciò, che ne siano stati fondatori i monaci della Badia di San Salvatore a Settimo.

Dalla visita pastorale di monsignor Gammaro, nel 1514 il popolo di San Mauro risultava di circa 400 anime. Due le compagnie religiose esistenti: quella di Santa Maria, che si occupava della chiesa, e quella esclusivamente maschile di San Sebastiano. Quest’ultima si adunava in un locale attiguo alla chiesa trasformato dal 1627 in oratorio. Vantava tuttavia anche il patronato di un altare ubicato a destra dell’altare maggiore. Citata nei documenti come rettoria, San Mauro risultava prioria nel XVIII secolo.

Introduce alla chiesa un portico. La facciata presenta lo stemma dell’antico comune di San Mauro sul quale campeggia un gelso. A coronamento del tetto una banderuola, datata 1859.
L’interno è ad una sola navata. Le vetrate sono state eseguite dalla bottega Fanfani nel 1943. Sulla parete sinistra nicchia con statua in cartapesta dipinta raffigurante la Madonna del Buon Pastore. Segue la cappella decorata da una tela con l’immagine di San Michele arcangelo, stilisticamente affine ai modi del pittore fiorentino Francesco Curradi e da datarsi intorno al 1620. L’altare, nei documenti, risulta di patronato della famiglia Bertini.

Di notevole importanza il ciborio (1500 ca.) della bottega di Benedetto Buglioni con stemma raffigurante un gelso (antico Comune di San Mauro?).
All’altare maggiore grande mosaico eseguito dal Caroti nel 1983. Il crocifisso ligneo, proveniente da Ortisei, è stato donato alla chiesa dalla San Vincenzo dei Paoli intorno al 1950.
Nella cappella a destra Martirio di San Sebastiano. L’opera proviene dall’ex compagnia dedicata al santo che aveva sede nei locali attigui alla chiesa. Il dipinto, di grande qualità e suggestione, è stato riferito al pittore fiorentino Vincenzo Dandini. è da ritenersi eseguito nel quinto decennio del XVII secolo.

Il Compianto sul Cristo morto, dono del celebre tenore Mirto Picchi, è una copia, eseguita da Giuseppe Santelli, dell’originale del Perugino conservato agli Uffizi.
Segue pulpito rinascimentale in pietra serena. La parete destra è dominata dalla Madonna col Bambino tra San Jacopo minore e San Giovanni evangelista, grande terracotta parzialmente invetriata attribuita a Luca della Robbia il giovane, e databile intorno alla metà del secondo decennio del XVI secolo.

SITO WEB:
http://www.sanmauroasigna.it/
TELEFONO:
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E-MAIL:
parrocchia@sanmauroasigna.it

  • Chiesa di Sant’Angelo a Lecore (Piazza S. Angelo, 3)

Nel luogo oggi occupato dalla chiesa sorgeva anticamente un oratorio intitolato a San Michele Arcangelo. Poco distante sono stati rinvenuti i resti di quello che doveva essere il primitivo edificio parrocchiale dedicato secondo la tradizione a San Biagio, così come si ricava anche dalla Decima pontificia relativa a questo luogo. Intorno all’anno Mille la chiesa apparteneva già al vescovo di Firenze. Successivamente il patronato passava dai Pulci ai Soldi, alle monache fiorentine di Sant’Orsola e ai Carnesecchi; infine, nel 1693, diveniva proprietà dei Bardi di Vernio.
La chiesa riceveva il titolo di prioria nel 1712. Il complesso subiva, quindi, un considerevole restauro nel 1943.

L’edificio presenta una sobria struttura esterna con portale rettangolare inquadrato da stipiti in pietra serena. Sulla controfacciata Santa Caterina da Siena (1943), del pittore fiorentino Ermanno Toschi. Il San Biagio (1900) è di Maria Lori. Alla parete sinistra, cappella con Deposizione, dipinto di Piero Bargellini (1992).

Nella cappella sinistra del transetto, tela raffigurante la Madonna col Bambino, santi, devoti e i misteri del rosario. Alle spalle di San Giovanni Battista e di Santa Caterina d’Alessandria si indovinano in secondo piano i ritratti delle committenti, colte nell’atto di rivolgere i propri sguardi in direzione dell’osservatore. Il dipinto è di mano di Bernardino Monaldi, che lo ha firmato e datato (1589) sul frammento di ruota di Santa Caterina d’Alessandria. L’opera, in origine, era collocata sull’altare sinistro della navata, dedicato al Santissimo Rosario. All’altare maggiore crocifisso in cartapesta dipinta dei XVIII secolo.

La cappella a destra dell’altare maggiore accoglie la tela cinquecentesca con San Macario in trono tra San Gerolamo e San Francesco d’Assisi, opera del fiorentino Giovanni Bizzelli databile fra il 1585 e il 1590. Il dipinto era stato eseguito per la confraternita di San Macario che aveva la propria sede nel locale annesso alla chiesa, oggi adibito a cappella.

Al centro della parete destra, altare con Madonna col Bambino (gesso dipinto?) di stile rinascimentale. Segue fonte battesimale con grande rilievo in terracotta dipinta raffigurante il Battesimo di Cristo, eseguito da padre E. Rossi all’inizio del nostro secolo.

Adiacente alla chiesa si trova l’ampia cappella eretta nel 1576 circa, un tempo sede dell’antica Compagnia di San Macario, fondata il 12 dicembre 1584 e soppressa al tempo di Pietro Leopoldo. All’interno, Cristo morto, scultura lignea del XVIII secolo.

  • Chiesa di Santa Maria in Castello (Via Santa Maria, 1)

Ben poco sappiamo sull’origine della chiesa dedicata all’Assunta. I resti di mura rinvenuti al di sotto del pavimento della chiesa farebbero pensare a un insediamento di epoca etrusca o romana. Si è ipotizzata l’esistenza di Santa Maria già nel VII secolo, mentre nel 746, secondo l’opinione espressa dal priore Gaetano Giannini nella sua “Storia dei rettori della Chiesa di Castello”, un illustre rappresentante della famiglia dei Contarini di Venezia ricopriva la carica di rettore.

Certo è che nel 978 la contessa Willa, madre di Ugo marchese di Toscana, ne faceva dono alla Badia fiorentina, da lei fondata nello stesso anno e anch’essa intitolata, oltre che a Santo Stefano protomartire, a Santa Maria Assunta. Intorno al patronato sorsero lunghi contrasti, tanto che papa Onorio III nel 1211 “obbligava gli uomini dei Castel di Signa a ricevere il rettore della loro chiesa dall’abate e monaci della Badia fiorentina”.

La distruzione del Castello, avvenuta nel 1326 ad opera delle truppe di Castruccio Castracani, non sappiamo quanti e quali danni arrecasse alla chiesa.
Nel XVIII secolo i documenti la vedono citata come prioria. È soltanto con il 1812, tuttavia, che si registra un altro evento degno di nota: la grande processione con la quale venne portato nella chiesa il corpo di San Placido donato dalle suore di San Piero a Monticelli.

L’esterno si presenta con una semplice superficie muraria in pietra. Il portale d’accesso è incorniciato da una ricca decorazione in stile neorinascimentale realizzata nel 1881. Sulla destra si nota un rilievo in pietra serena dei primi del nostro secolo raffigurante Cristo crocifisso, opera attribuibile a Pietro Santelli. Il campanile, di semplice forma rettangolare in pietra e mattoni, si caratterizza per l’orologio proveniente dalla Villa medicea di Poggio a Caiano che fu qui sistemato nel 1750.

L’interno è ad un’unica navata. L’aspetto attuale è frutto degli ampi lavori di trasformazione fatti eseguire dal priore Gaetano Giannini tra il 1803 e il 1816. Al prelato spettano non solo il rinnovamento della maggior parte degli altari della chiesa, ma anche l’acquisizione di almeno due delle quattro tele che li ornano.

Al primo altare della parete sinistra, Cristo mostra le piaghe a San Bemardo di Chiaravalle, copia settecentesca dell’originale di Jacopo Vignali (1623) conservato nella chiesa dei Santi Simone e Giuda a Firenze. La tela, comprata nel 1789 dal Giannini, veniva sistemata sull’altare nel 1815. Il dipinto, così come si ricava dalle sue memorie, andò a sostituire la tavola con l’immagine di “Maria Vergine Santissima” da identificarsi con la Madonna dell’Umiltà la quale, a partire dal 1816, costituì il principale ornamento dell’altare maggiore.

Sempre secondo il Giannini, il primitivo altare sinistro era stato fatto costruire nel 1450 dal nobile fiorentino Alessandro d’Angiolo Biliotti, che lo aveva dedicato alla Natività di Maria e vi aveva posto l’immagine della Madonna col Bambino.

Segue la memoria funebre di monsignor Giuseppe Fiammetti, fondatore nel 1870 della Congregazione delle Suore Passioniste, eseguita da Giuseppe Santelli con la collaborazione dei fratelli Adamo e Francesco; l’epigrafe celebrativa fu composta da monsignor Pagnini.

Al secondo altare, commissionato da Girolamo Mori Ubaldini a Carlo Ferroni nel 1716, Transito di San Giuseppe. Il Giannini attribuisce il dipinto a Carlo Sacconi e lo dice eseguito nel 1715.
Al terzo altare, anch’esso eseguito da Carlo Ferroni, Apparizione della Vergine a Santa Caterina d’Alessandria, San Gaetano di Thiene e San Carlo Borromeo. Il Giannini fa nuovamente il nome di Carlo Sacconi.

Sulla parete esterna dell’abside ciborio neoquattrocentesco in pietra serena. Al di sopra della porta che conduce agli ambienti della canonica, resti di due scene affrescate da un anonimo maestro della fine del Duecento, al quale spetta anche il Cristo crocifisso tra la Madonna e San Giovanni, attualmente collocato dietro l’altare maggiore.
Originariamente l’affresco si trovava all’inizio della parete destra, entro lo spazio oggi occupato dal primo altare. È presumibile che le due storie sopra ricordate e la Crocifissione facessero parte di un unico complesso decorativo che si dispiegava lungo i muri della chiesa.

L’alta qualità della pittura ha fatto avanzare in passato il nome di Cimabue. Gli studi più recenti, dopo una prima attribuzione al “Maestro della Cappella Velluti”, si sono invece orientati verso un’anonima personalità attiva in ambito fiorentino entro l’ultimo decennio del XIII secolo, già al corrente delle novità espresse da Giotto nel suo Crocifisso di Santa Maria Novella e sviluppatasi parallelamente all’attività del cosiddetto “Ultimo Maestro del Battistero”.

Al di sotto dell’altare maggiore, nella cripta fatta appositamente costruire nel 1987 da don Natalino Rossi, si conserva il corpo di San Placido, probabilmente martirizzato nel 251 sotto l’imperatore Decio. Le spoglie del santo, ritrovate nelle catacombe dì San Callisto a Roma, furono in seguito condotte a Firenze e affidate alle monache di Monticelli, presso le quali sarebbero rimaste fino al 1812, anno del loro trasferimento a Santa Maria in Castello.

Di notevole importanza, ancora nella zona dell’abside, è la piccola Madonna dell’Umiltà, già accostata in passato ai modi di Mariotto di Nardo e poi attribuita alla scuola di Lorenzo Monaco, con una proposta di datazione entro il primo decennio del XV secolo.

A destra, frammento di affresco raffigurante Santa Caterina d’Alessandria, eseguito dal “Maestro di Signa” intorno alla metà del XV secolo. L’immagine, che inizialmente era stata dipinta sopra la superficie della Crocifissione, ne veniva poi separata nel corso dei restauri condotti nel 1975.

Superata la porta che immette in sacrestia, il terzo altare a sinistra ospita una grande tela con l’Adorazione dei Magi di Sigismondo Coccapani. Il pittore ha lasciato la propria sigla e la data, 1617, sopra uno dei gradini dei basamento su cui siede la Madonna.

Il dipinto perveniva alla chiesa di Santa Maria in Castello nel 1810 dal soppresso convento di San Baldassarre a Firenze, grazie al priore Giannini. In quell’occasione veniva eretto l’attuale altare che reca in rilievo l’arme gentilizia del prelato.

Il primo altare, che incorniciava il già ricordato affresco con la Crocifissione, risultava nel 1646 decorato con marmi. Nel 1715, come fa fede l’iscrizione posta sotto la mensa, veniva fatto ulteriormente abbellire da Girolamo Vieri, e contiene oggi un crocifisso moderno.
Il secondo altare, eretto dalla famiglia Fagioli nel 1311, e dedicato alla SS. Tinità, subiva un radicale rifacimento nel 1809 ad opera del Giannini, che vi collocava un dipinto, oggi scomparso, del pittore ottocentesco Giovanni Gagliardi.

Accanto alla chiesa sorge l’edificio settecentesco che ospitava la “Compagnia della Buona Morte” costituitasi nel 1713. L’ampio vano, provvisto di copertura a volta affrescata con l’immagine di San Giuseppe in gloria, veniva edificato tra il 1717 e il 1720 durante la prioria di Michele Maria Pallavicini. L’altare era dedicato a San Giuseppe e a Santa Teresa, entrambi raffigurati sulla tela al di sopra della mensa.

Il Giannini attribuisce l’opera al pittore Santi Pacini e che l’avrebbe eseguita nel 1724. Sulla parete destra lapide commemorativa eseguita da Giuseppe Santelli (1876).

  • Chiesa di San Pietro a Lecore (Piazza Lecore, 1)

Il primo documento che ricorda San Pietro a Lecore risale all’866. Nel 964 compare ancora all’interno della già menzionata donazione del vescovo Rambaldo al Capitolo fiorentino. Bisogna attendere il XV secolo per trovare la chiesa citata come prioria.

Il Lami ricorda che nel 1435 essa diveniva censuaria della Sede apostolica: fatto che comportò l’ingerenza dei pontefici sulla nomina dei parroci.
Il patronato passava dalla famiglia Mazzinghi ai Riccardi, successivamente al Granduca di Toscana e in ultimo al vescovo della diocesi.

La chiesa, stando alle notizie riportate nella visita pastorale del 6 maggio 1590, compiuta da Alessadro de Medici, era sotto il patronato delle famiglie Pulci di Firenze e Losi di Campi.
San Pietro deve il suo attuale aspetto alla ricostruzione che ne veniva fatta fra il 1921 e il 1933, dopo essere stata completamente demolito nell’aprile del 1907 a causa delle sue strutture ormai fatiscenti.

La controfacciata reca nella parte destra una Maternità in terracotta di Giovanna Manfredi Cavallucci, ricordo dell’anno mariano 1987-1988.
Nello spazio della cantoria è stato momentaneamente collocata la tela con la Madonna col Bambino tra San Pietro, San Francesco, San Girolamo e San Macario, opera di scuola fiorentina del XVII secolo.

Sulla parete sinistra si apre una cappella decorata da un piccolo tabernacolo in pietra serena di stile rinascimentale. Su una mensola busto rinascimentale in maiolica raffigurante San Pietro. Più avanti confessionale in pietra serena datato 1669.

Il grande altare, che conclude la navata, presenta al centro un’importante dipinto di Bemardo Daddi che raffigura la Madonna in trono col Bambino. L’opera, collocabile agli inizi del quarto decennio del XIV secolo. I Misteri dei Rosario che costituiscono la cornice della tavola sono opera fiorentina dei XVII secolo.

La parte absidale è delimitata da una seicentesca balaustra in pietra serena. Sull’altare grande crocifisso moderno. Ai lati, in alto, busti in stucco dipinto di San Pietro e San Paolo, opere della fine dei XVII secolo. L’abside è ornata anche da una Madonna col Bambino e santi di scuola fiorentina del XVI secolo.

Nella navata destra Cristo crocifisso e santi di scuola fiorentina della seconda metà del XVI secolo. Segue altare con l’immagine del Sacro Cuore e al di sotto Cristo dolente di Piero Bargellini, autore anche della successiva Ultima Cena sistemata sopra il confessionale fatto eseguire nel 1933 dalla famiglia Manetti, che ripete il profilo di quello seicentesco situato sulla parete opposta.
Al termine della parete destra Madonna col Bambino e santi di scuola fiorentina del XVI secolo.

  • Oratorio di San Rocco (Via degli Arrighi)

In antico dedicata a San Mommè o San Mamante.

Secondo la tradizione San Rocco vi aveva fatto sosta nel corso di un suo viaggio alla volta di Roma. Stando alla lapide posta sulla semplice facciata in pietra, l’edificio risulta fondato nel 1287 dalla famiglia Frescobaldi.

L’interno, ad unica navata, è coperto da un soffitto a capriate. All’altare maggiore tela seicentesca raffigurante San Rocco e San Mamante. Sulla parete destra lapide sepolcrale di una giovane della famiglia Pazzi.